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20 luglio 2004

UNDP: multiculturalità per superare i conflitti
United Nations Development Programme


E’ stato presentato nei giorni scorsi il XVmo Rapporto dell’agenzia delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp) dal titolo “Identità e differenze culturali in un mondo unito“. Nell’era della globalizzazione, dove la diversità è spesso fattore di discriminazione, instabilità e conflitti l’agenzia invita ad “attuare politiche multiculturali che riconoscano le differenze, valorizzino le diversità e promuovano la libertà culturale”. “Quasi nessun Paese – si legge nel Rapporto – è interamente omogeneo. I circa 200 paesi del mondo hanno al loro interno più di 5000 gruppi etnici e più del 10% della popolazione di numerosi paesi appartiene a minoranze etniche, linguistiche o religiose. E la globalizzazione ha dato un’accellerazione alla migrazione internazionale: “società multiculturali e interazione interculturale sono una nuova realtà” – sottolinea il Rapporto.


L’agenzia definisce l’identità culturale un “diritto umano” in quanto è un diritto “fondamentale per la capacità delle persone di vivere come vorrebbero”, mentre l’esclusione si caratterizza come “negazione del proprio modello di vita e della propria partecipazione”. La globalizzazione, con la conseguente accelerazione della migrazione e delle comunicazioni internazionali, sta rendendo sempre più attuali i conflitti dovuti alle identità culturali, come dimostrano le vicende del velo islamico nelle scuole francesi e delle violenze quotidiane in Kosovo, il dibattito sulla rappresentanza di sciiti e curdi nel nuovo stato iracheno e sulla lingua spagnola negli Stati Uniti.


Per dimostrare che il multiculturalismo (ovvero il rifiuto della riduzione delle varie identità ad un unico standard culturale) può rappresentare la soluzione, il rapporto cerca di smontare cinque “miti”. Il rispetto delle differenze, anzitutto, non mina l’unità dello stato, perché ogni individuo può scegliere di identificarsi con molti gruppi diversi (di cittadinanza, di genere, di etnia, di lingua, politico o religioso) e perché la nuova sfida è proprio la creazione di stati eterogenei e unificati. Non è inoltre vero che i gruppi etnici sono propensi al conflitto violento a causa dei differenti valori, perché al contrario le cause degli scontri sono sempre economiche. È falso che la libertà culturale richieda la tutela di ogni pratica tradizionale, qualunque essa sia, e che i paesi con diversità etniche abbiano meno possibilità di sviluppo economico, come dimostrano Malaysia e Mauritius. Non è vero, infine, che alcune culture siano più fertili per la diffusione della democrazia: un’indagine condotta sui “World Values” indica che le persone dei paesi musulmani, ad esempio, sostengono gli stessi valori democratici di quanti abitano nei paesi non musulmani.


Il rapporto invita perciò a garantire la partecipazione politica delle minoranze, la libertà religiosa, specialmente attraverso il riconoscimento delle festività e delle norme sul matrimonio, sull’eredità e sulla sepoltura, ad attuare politiche per il pluralismo legale e linguistico e favorire l’uguaglianza socio-economica tra i vari gruppi. Chiede inoltre di difendere gli indigeni, i saperi tradizionali e i beni culturali, fornire sostegni adeguati per l’integrazione degli immigrati con corsi di lingua e servizi per la ricerca di un lavoro. [GB]


Pubblicato in Unimondo



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5 luglio 2004

Argentina: gruppo di imprenditori contro lavoro minorile


Un gruppo di 43 imprese argentine ha firmato una dichiarazione contro il lavoro infantile, impegnandosi a prevenire e sradicare lo sfruttamento di minori non in età lavorativa, problema che attualmente colpisce circa un milione e mezzo di bambini nel Paese sudamericano. L’iniziativa, promossa dall’ufficio locale dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), prevede che nelle imprese che hanno sottoscritto l’accordo e in tutte le aziende dell’indotto a loro collegate che producono semi-lavorati e beni o forniscono servizi, non possano trovare collocazione minori di 14 anni, età minima fissata dalla legislazione nazionale argentina per poter cominciare la carriera lavorativa. Nella dichiarazione, inoltre, i rappresentanti delle imprese si dichiarano coscienti che uno dei loro doveri verso la società è promuovere i valori, tra i quali la promozione dell’istruzione, della salute, del gioco e dello sviluppo fisico, mentale, spirituale e morale dei bambini e delle bambine. Le imprese coinvolte nel progetto, infine, si impegnano a sviluppare d’accordo con le istituzioni nazionali e locali dei programmi educativi, sanitari e formativi a favore dei bambini vittime dello sfruttamento del lavoro nero, così da dare un reale contributo nella lotta per lo sradicamento di questo grave fenomeno, che per molti versi affonda le sue corrotte radici nella società e nella cultura argentine e di tutti gli altri Paesi del continente. 


Fonte: Misna 


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2 luglio 2004

Vincitore della III Edizione del Concorso Miglior Post: Vorrei lasciare il nido e imparare a volare


Ha lasciato il nido: Gingo di III H, che molto presto aprirà il suo Blog personale.


 carla


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2 luglio 2004

Pakistan
Nell’Anno della tutela del bambino aumenta il lavoro minorile


Faisalabad (AsiaNews) – La metà dei palloni da calcio di tutto il mondo passa tra le mani di bambini pakistani, non per gioco ma per lavoro, nonostante il governo abbia proclamato il 2004 “Anno della tutela del bambino”.
Lo sfruttamento minorile nel Paese sta crescendo in modo molto rapido: secondo il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP), i bambini sfruttati sotto i 14 anni sono 9 milioni. Rispetto allo scorso anno, si è registrato un incremento di 1 milione. La più alta concentrazione di lavoratori minori è a Sialkot, una provincia nel nord-ovest del Panjab. L’ultima indagine nazionale dell’Ufficio statistico nel 1996 aveva registrato 3 milioni e 300 mila bambini lavoratori.
Di fronte a questa situazione, la Società per la protezione dei diritti del bambino (SPARC) ha chiesto con il Governo di bandire in via definitiva il lavoro minorile e di istituire l’educazione scolastica obbligatoria e gratuita per tutti i minori.
[...]
L’OIL richiede la riattivazione della una commissione di vigilanza sul lavoro minorile istituita nel 1992 e in seguito abolita. Disoccupazione, tossicodipendenza e analfabetismo restano gli ostacoli maggiori all’abolizione del lavoro minorile in Pakistan. (QF)


Leggi tutto l’articolo in AsiaNews